Creatività: una sfida all'amore per le generazioni future

Creatività*

di Ariel Castelo

(Trascrizione dell’intervento radiofonico** al programma "Planetario” condotto da Alejandro Barreiro, Radio cx14 “El Espectador, ottobre 2000)

La creatività non si può insegnare. Senza dubbio si può favorire condizioni che permettano il massimo sviluppo delle capacità creative della persona e questo dovrebbe essere il compito principale dell'educazione formale proprio in relazione al territorio della creatività.

… Dunque dis-apprendere è per me un’eccellente funzione che potrebbe assolvere al compito dell'educazione formale, specialmente nel mio paese (Uruguay). Sono convinto infatti che l'educazione formale per come si realizza attualmente non può concorrere allo sviluppo di un pensiero creativo; credo per di più che non aiuti affatto ad esprimerla.

Perché questo? Perché noi insegnanti, quelli di noi che insegniamo nel territorio dell'educazione formale, nel quale mi includo anch'io e me ne assumo  la responsabilità, sentiamo molto il peso e il costo di accettare per esempio ogni forma di pensiero divergente, a noi insegnanti risulta molto duro pensare che i problemi non abbiano una soluzione unica e unanimemente accettabile.

Esattamente all'opposto, quando una soluzione proposta non è quella che noi crediamo corretta dal punto di vista del sapere con la S maiuscola, che è un gioco di potere autorizzato proprio in virtù del nostro ruolo docente, allora poniamo una qualifica che restituisce all'allievo o all'allieva di turno un'idea di errore: passiamo in sostanza un messaggio che dice a chi apprende: percorso sbagliato, o - anche peggio - risultato scorretto, sebbene molte volte il tragitto percorso (per arrivare a quel risultato) sia perfettamente adeguato.

È probabile che in alcune aree funzioni ovviamente proprio in questo modo. Tuttavia proviamo a pensare a quello che sono le aree espressive - tema che a mio avviso tocca quanto sosteneva Grompone.  E chiediamoci - d’accordo con lui - qual è lo sviluppo che segue il processo educativo in queste aree? 

Quando nelle aree espressive appare un barlume di pensiero, sia che provenga da un bambino, o da un adolescente o da un giovane, riguardo a una soluzione plastica, pittorica o similare che non vada per un cammino accettato socialmente e culturalmente come ragionevole, quanto il fatto per esempio che la chioma dell’albero stia in alto e il tronco in basso, è certo che sarà sanzionato (censurato).

Lì dovremmo avere l’opportunità di favorire quelle aree espressive e invece non lo facciamo. Sembrerebbe che si intenda il favorire un pensiero divergente come un favorire il caos.

E credo che generalmente si abbia un atteggiamento di paura nei confronti del caos (quando alle sue origini, nella parola greca che ne ha partorito il senso, KHAOS significa APERTURA).

Si ha paura quando si pensa diversamente, quando si pensa a soluzioni che non sono quelle che qualcuno si aspetta come risposte.

Si ha paura quando si mescolano gli stati di coscienza e di incoscienza, come succede a mio avviso nello stato creativo, uno stato in cui la dimensione sognante apporta il fantastico e quella conoscitiva la tecnica.

Le due componenti, da entrambe le dimensioni mentali o stati possono contribuire a uno sviluppo e a una ricchezza assai feconda. A che fine? Semplicemente quello di ottenere “prodotti creativi”.

Dalla prospettiva che abbracciamo, la creatività deve sempre raggiungere un prodotto osservabile.

Deve darsi la possibilità - e questo pure è in relazione stretta con il compito di nutrire i processi e l’esplorazione del potenziale creativo di ciascuno - di ottenere prodotti osservabili perché possano darsi  operazioni di confronto,  di comparazione, di spiegazione o di non spiegazione del risultato del processo, operazioni che offrono a chi sia stato autore della creazioni importanti riferimenti di apprendimento.

Vi racconto un aneddoto che riguarda una delle mie figlie, Natalia, e il mondo della scuola: tocca un tema diverso da quello da cui siamo partiti, un tema peraltro molto controverso, che però sono convinto possa contribuire al nostro argomento da un altro punto di vista e con una differente messa a fuoco delle questioni aperte.

Secondo anno di scuola, la situazione concreta ha origine in una intervista sulle condizioni familiari dei bambini del gruppo classe di mia figlia. Una delle prime risposte di Natalia sui suoi genitori è che sono separati. Prosegue l’intervista e la maestra chiede: con chi vivete? e mia figlia risponde: “con la mia mamma e con il mio papà”. Immediatamente la maestra corregge: “no Natalia, ti stai sbagliando, se i tuoi genitori sono separati, tu vivi o con il tuo papà o con la tua mamma”. Al che Natalia insiste: no maestra, io vivo con mia mamma e con mio papà”.

Ciò che segue - e a mio modesto parere la parte più terribile di questo episodio tragicomico - è stato quello che mi ha portato il giorno seguente alle 7 di mattina davanti la porta della scuola, davvero indignato, in attesa della maestra con l’intenzione di chiarirle alcuni punti specifici rispetto alla sua proposta finale a mia figlia, che era stata questa: “Natalia, devi scegliere, devi scegliere con chi dei tuoi due genitori vivi”.

Quello che non entrava nella testa di quella maestra era quello che noi genitori avevamo costruito laboriosamente affinché una separazione si potesse vivere in modo diverso da parte delle nostre figlie, con un minor sapore di frattura e di dolore, con maniere meno paralizzanti.

Per quanto questo racconto non riguardi una precisa area del sapere riconducibile a qualche tassonomia del sistema educativo formale, lo stesso mi sembra un esempio importante in questo contesto di riflessione perché dimostra, a mio giudizio, come persino questioni di valori, di convivenza, di relazioni e di affetti tra le persone, sia a scuola come anche in qualsiasi luogo abbiamo il potere di lasciare un segno e offrire in qualche modo il nostro sapere o il nostro non sapere, stiamo in qualche modo favorendo o ostacolando possibilità diverse di risoluzione di problemi. In questo caso una problematica molto particolare, come una separazione di coppia, con soluzioni differenti dalle tradizionali e chissà creative.

In qualunque caso, la domanda che mi appare e mi faccio è: c’è o non c’è accettazione? quella testa, quella maestra che ha responsabilità importanti su un gruppo di bambine e bambini, attinge a un pensiero creativo?

Mi rendo conto come, con un tema molto complesso, affettivo,  com’è questo senza ombra di dubbio,  sia un po’ più difficile, tuttavia ritengo che dobbiamo rimanere aperti alla possibilità che le soluzioni non siano sempre quelle che crediamo, né quelle che noi prendiamo, né quelle che giudichiamo adeguate e/o desiderabili per noi stessi.

Ricordo una frase di Jung che dice: “tutti nasciamo originali e moriamo copie”. Credo che si tratti proprio di questo.

Forse una Riforma Educativa potrà tracciare un nuovo cammino. Tutto dipende dalla concezione pedagogica che vi sarà alla base e alle spalle, e al modello che si mira a ottenere come “prodotto finale” di quel cammino o processo. Tuttavia una delle chiavi essenziali a mio avviso è l’attitudine, e mi riferisco principalmente all’attitudine docente, motivo per il quale ho scelto quel racconto e lo pongo in relazione a un certo tipo di attitudini in grado di nutrire la creatività nell’educazione formale.

Condivido con voi un testo brevissimo: “Poesia: causa che provoca il passaggio di qualcosa dal non essere all’essere; ne deriva che le creazioni in tutte le arti sono poesia e gli artigiani che le realizzano sono tutti poeti”.

Il cammino è dunque fare degli insegnanti, di una Riforma Educativa, dei percorsi educativi, pura poesia precisamente in questo senso: far sì che non ci si lasci convertire in copie, far sì che la dimensione creativa sia una delle chiavi educative.

Questo testo appartiene al “Banchetto platonico” uno dei dialoghi di Platone, un testo antico che risale molto indietro nella storia dell’Umanità.

E finalmente provo a rispondere alla domanda su cosa mi sembra chiave nel discorso sulla creatività attraverso una delle sue chiavi: la paura.

La paura che abbiamo della nostra personale creatività. Quella paura che spesso ci paralizza. La paura che abbiamo verso ciò che è nuovo, sconosciuto, perché ciò che è creativo è la combinazione differente di qualcosa, e un risultato di quella combinatoria che è diverso, una novità, inusuale, qui non è logico, o che segue un’altra logica, e ci può sorprendere e destabilizzare.

C’è un investimento potente di energia quando si osa essere più creativi e il risultato di questo processo ci può colpire paralizzandoci.

Ecco una delle chiavi: per che, come e che cosa dobbiamo fare per favorire lo spirito e il pensiero creativo?

Dobbiamo disattivare le paure e soprattutto le paure sociali, che sono: la paura di esporsi al ridicolo, la paura di essere esclusi, la paura di sbagliarsi, perché questa nostra cultura ci ha imposto la regola che “non dobbiamo sbagliarci”.

All’opposto, dobbiamo invece permetterci di scoprire altre cose che ci abitano, la forza e l’energia che si manifestano in concreto quando entriamo nella dimensione del creativo.

Qualsiasi sia il piano o il linguaggio, è necessario perseguire risultati che ci facciano sentire aperti alla possibilità della creazione sulla quale contiamo, e che sia la nostra cucina di ogni giorno anche sui temi più complessi ed extra-ordinari, perché sarà un buon modo per superare le paure e scoprire dentro noi stessi forze, energie, potenzialità meravigliosamente costruttrici di benessere e ben vivere.

 

*Tradotto in italiano da Tina Nastasi.

** Corretto e ri-scritto da Ariel Castelo nel settembre 2010.